GIALLO milanese
Agosto 11, 2008
U n asciugamano copre le spalle del vincitore, qualcuno gli mette in testa un cappellino con il logo di uno sponsor. È un atleta bianco, quasi pallido, nessuna vena intarsia la fibra muscolare, la pelle non è carta velina su nervi pronti a generare elettricità. Un esemplare di umanità media ha addomesticato la pattuglia di maratoneti africani. Nei primi chilometri ha stupito punteggiando la nuvola nera di bianco, il telecronista con voce isterica ha ipotizzato un miracolo, temendo il troppo ardire. Poi il sogno si è fatto concreto, i riferimenti cronometrici di assoluto livello mondiale reiterati a ogni chilometro. Senza cedimenti. Allo scoccare delle due ore precise di corsa ha lasciato i due etiopi compagni di avventura. Si è involato verso Piazza Duomo come un demonio. Otto minuti e trentatrè secondi di solitudine cristallina. La vertigine della perfezione atletica. La fantascienza della normalità. È quello che la giornalista bionda voleva. Un vincitore bianco che parla italiano. Stanca di gazzelle degli altipiani dall’inglese incerto e dalla semplicità disarmante. L’audience pretende la complessità occidentale. Le parolacce dei motociclisti ragazzini o il semianalfabetismo di calciatori miliardari. Il nostro immaginario lascia scorrere i volti degli atleti neri senza trattenerli, non rimangono impressionati nella pellicola. I loro tratti, i loro nomi… sembrano tutti uguali. La loro età, un mi-stero indefinibile che non incuriosisce.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=282343